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IL MODELLO ARKA PER LA SUPERVISIONE
di Cristina Busi

L’Associazione ArKa propone sessioni di supervisione in gruppo rivolte ai counselor afferenti da modelli teorici eterogenei.

Questa offerta è resa possibile dal fatto che ArKa ha elaborato anche per la conduzione della supervisione un modello metodologico di matrice transteorica.

La metodologia proposta è di tipo attivo, attraverso una conduzione mista In/di gruppo.

IL MODELLO ARKA PER LA SUPERVISIONE: aspetti teorici   Scarica l'articolo in pdf

Il presupposto di base del modello ArKa indica tre dimensioni strutturali di un percorso di counseling: PRESENZA, CONOSCENZA, ESPERIENZA.

La presenza comprende tutte quelle caratteristiche che in qualche modo attengono alla persona-counselor, intese sia come dimensioni personologiche (tratti personali), sia come posizionamento rispetto alle attitudini di base del counselor, sia rispetto ai vissuti emotivi personali e sollecitati dal cliente.

La conoscenza comprende sia gli elementi teorici che tecnici riferiti alla professione, inclusa la possibilità di integrazione con competenze teorico/tecniche derivanti da altre discipline, purché al servizio del percorso di counseling.

L’esperienza ha a che fare con la capacità di comprensione e riflessiva sull’intero processo di counseling, in riferimento alla collocazione nelle diverse fasi di sviluppo dei processi di cambiamento.

Ora, nel momento in cui, nel percorso di counseling, un professionista counselor si trova a confrontarsi con una difficoltà nell’esercizio della professione, questa difficoltà può essere riferita ad una delle tre dimensioni ed avere quindi ripercussione sulle altre dimensioni, tra loro interconnesse.

Per esempio una specifica tecnica può non essere sintonizzata rispetto allo stadio del processo di cambiamento, per cui il problema sulla dimensione dell’esperienza inficia il valore di una competenza sul piano della conoscenza e di fatto la tecnica risulta non efficace.

Una risonanza emotiva o l’attivazione di processi interni nel counselor, se non riconosciuti, risultano essere problemi a carico della dimensione presenza, che possono portare ad un’azione non consapevole nella relazione con il cliente, con il risultato di inficiare l’efficacia sia sul piano della conoscenza e dell’esperienza.

Lo scopo della supervisione, analogamente a quello del counseling, è quello di individuare il problema, i fattori di mantenimento, allo scopo di attivare le risorse per la risoluzione dello stesso ed accrescere il patrimonio conoscitivo del counselor e (almeno implicitamente) del cliente.

Anche il counselor in supervisione, in processo parallelo a quello del cliente, si rivolge ad un professionista per essere agevolato nella lettura di una situazione-problema che può essere sapientemente direzionata in un cambiamento migliorativo della qualità della vita (in questo caso professionale) del counselor.

Per questo motivo la struttura della supervisione può essere a tutti gli effetti assimilata, metodologicamente, ad un percorso di counseling, ed attivare un processo di cambiamento.

IL MODELLO ARKA PER LA SUPERVSIONE: aspetto metodologici 

Le sessioni di supervisione sono articolate con una metodologia specifica, coerente con i presupposti teorici, definibile in quattro passaggi.

1) Il primo passo è quindi quello di individuare in che posizione il counselor si trova rispetto al problema: quale asse è coinvolto: presenza, esperienza, conoscenza? In questo modo il counselor attiva nei propri confronti la capacità di accogliere sé e la propria difficoltà all’interno di un contesto più ampio (ciò che so e ciò che non so del problema), si ridefinisce e per così dire “prende posizione” rispetto al problema.
Queste azioni si riferiscono alle prime fasi del processo di cambiamento, ovvero l’accoglienza e la conoscenza.

2) Il secondo passo è quello di immergersi nell’empasse. L’esplorazione consapevole dello stato di disorientamento consente di abbandonare l’idea (identificazione cognitiva) di problema per entrare in contatto pieno, consapevole e contemporaneamente riflessivo con un’esperienza che, nella sua componente di contatto con l’ignoto, se ben direzionata diventa foriera di nuove risorse.
Questo passaggio, attraverso la sperimentazione di un lavoro individuale in gruppo, corrisponde alla fase di personalizzazione.

3) Il terzo passo è quello di integrare le proprie risorse con le risorse altrui, sperimentando il feed back fenomenologico come elemento di eterosostegno.
Il feedback fenomenologico è una specifica tecnica comunicativa che permette di porre attenzione sulla propria esperienza, nelle diverse dimensioni di sensazione, emozione e pensiero e metterla al servizio dell’altro. Il counselor che ha effettuato un’esplorazione individuale dell’empasse può accogliere, senza dibattere, quanto emerge dal feedback degli altri partecipanti ed integrare prospettive diverse. In questa fase emerge in forma esplicita l’enorme potenzialità del lavoro in gruppo, attraverso appunto l’integrazione di prospettive, modelli, esperienze, sensibilità diverse.
Il rispecchiamento empatico nel lavoro altrui, unito alle capacità riflessive, fornisce di per sé uno strumento di apprendimento per tutti i partecipanti, attivi nell’esplorazione e, per così dire, attivati dall’esplorazione di un/a collega.

4) La fase finale è quella che corrisponde all’azione, ovvero dirige il counselor a definire quale è il primo passo concreto da attuare nella direzione dell’obiettivo di benessere del cliente.

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